Quando Sandro e Luciana arrivarono in Albania, non trovarono un ambiente pacifico, bensì un Paese travolto da profondi sconvolgimenti politici e sociali. Era il 1991, il comunismo era appena crollato e il tentativo di democratizzazione si rivelò caotico e disfunzionale. L’allora capo del governo incoraggiò gli albanesi a depositare i propri risparmi in banche a lui riconducibili, appropriandosi del denaro del popolo e scatenando una rivoluzione nazionale. Ovunque si cercava di demolire le tracce del passato regime: postazioni militari, binari ferroviari e persino piloni dell’energia elettrica venivano distrutti per recuperare materiali rivendibili. La stessa città di Pogradec, una delle più rinomate dell’Albania, divenne teatro di guerriglia urbana.
In questo clima di violenza e insicurezza, Sandro e Luciana dovettero adattarsi a una quotidianità surreale: spesso erano costretti a camminare in ginocchio dentro casa per evitare i proiettili vaganti e proteggere le finestre con i materassiper salvaguardarsi dalle sparatorie. Le difficoltà non mancavano nemmeno per il reperimento del cibo. Un inizio tutt’altro che semplice, ma accolto con fede e perseveranza.
Durante la rivoluzione, l’Albania fu raggiunta da una vera e propria pioggia di fondi provenienti dall’Occidente, in gran parte canalizzati tramite le chiese. In molti desideravano stabilire la propria presenza religiosa in quello che era stato considerato lo Stato più ateo del mondo. In questo contesto, la Chiesa Apostolica si ritrovò immersa in una realtà già avviata: l’opera era iniziata nel 1992 grazie al lavoro del pastore Enke.
Al loro arrivo, Sandro e Luciana scoprirono una piccola comunità nel villaggio di Stropcka, dove due giovani ragazze – che successivamente si trasferirono in Grecia – portavano avanti una scuola domenicale. L’opera si estendeva anche alla distribuzione di acqua potabile e all’evangelizzazione nei villaggi circostanti.
Un elemento peculiare dell’Albania sono i numerosi bunker costruiti negli anni ‘70 durante la dittatura comunista: ne vennero realizzati tanti quanti erano i nuclei familiari albanesi, per difendersi da ipotetiche minacce occidentali. Fu proprio visitando Stropcka e incontrando le due sorelle della scuola domenicale che Sandro sentì nel cuore due forti spinte spirituali:
- Aprire una sala di culto per la comunità.
- Costruirla sul sito di un vecchio bunker, simbolo di oppressione, da trasformare in luogo di speranza.
Il progetto si concretizzò poco tempo dopo. Ardi Shkullaku, uno dei primi convertiti a Stropcka e oggi pastore della comunità, offrì una porzione di terra di famiglia per la costruzione della chiesa, proprio dove sorgeva uno di quei bunker. Grazie a questo gesto di generosità e al lavoro instancabile della comunità, nacque un centro moderno e accogliente, realizzato con costi contenuti ma standard qualitativi elevati, superiore a molte strutture presenti in loco.
Il percorso non fu privo di ostacoli: la costruzione dovette affrontare corruzione istituzionale, minacce da parte della criminalità organizzata e numerose sfide logistiche. Tuttavia, ogni passaggio fu compiuto nel rispetto delle leggi e senza alcun compromesso etico.
Oggi, l’Opera in Albania è riconosciuta come fondazione indipendente sotto l’egida dell’Alleanza Evangelica Albanese. Dopo anni in cui solo le religioni cattolica, ortodossa e islamica erano ufficialmente accettate, le chiese evangeliche sono finalmente riconosciute come quarta confessione religiosa del Paese: un traguardo significativo e un segno tangibile di come la perseveranza nella fede possa produrre frutti duraturi.