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Riflessioni

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Israele – dalla morte alla resurrezione (3)

La visione della valle delle ossa secche è una parabola della vita di un popolo, quello nominato nella profezia di Ezechiele come “tutta la casa di Israele” (37:12).

Ora sappiamo bene che il nome “Israele” (cioè “colui che lotta con Dio”) venne dato a Giacobbe (che significa “soppiantatore”) dal Signore stesso durante il loro incontro a Peniel (“faccia di Dio”, Genesi 32:24-31); il carattere di Giacobbe e quello di Israele si fondono in una personalizzazione che verrà portata avanti nelle Scritture. Spesso infatti troviamo riferimenti a tutta la nazione di Israele col doppio nome (Salmo 14:7, 135:4, 147:19, Isaia 2:6, ecc.) per quella abitudine tutta ebrea di ripetere un concetto o parola due volte per enfatizzarlo (“in verità, in verità vi dico…”). Alcuni passi che riportano il doppio nome sono chiaramente profetici, come Isaia 2 o il Salmo 79, di Asaf, veggente del re Davide, che in un periodo di tranquillità per Gerusalemme “vede nel futuro” tutta una serie di devastazioni che avrebbero colpito la città fino alla salvezza finale che poi vedrà anche Ezechiele.

Dunque Giacobbe-Israele, “colui che lotta con Dio”, riceve dal Signore una sua benedizione personale: non solo un nuovo nome ma una predizione sul suo futuro, in qualche modo già stabilito da Dio “perché tu hai lottato con Dio e con gli uomini, e hai vinto”. Troviamo la benedizione ripetuta ed ampliata qualche pagina dopo (Gen. 35:9-15) a Betel, con la promessa: “Io sono il Dio onnipotente: sii fecondo e moltiplicati; una nazione, anzi una moltitudine di nazioni discenderà da te, dei re usciranno dai tuoi lombi; darò a te e alla tua discendenza dopo di te il paese che diedi ad Abrahamo e ad Isacco”.

E’ chiaro che il paese è quello da sempre conteso. In un recente incontro della organizzazione Christians for Israel (www.c4israel.it) siamo stati informati che il territorio di Israele, dal 1948 in poi, è stato regolarmente comprato dai vari proprietari arabi, siriani ecc. per poterlo poi colonizzare – e colonizzare deserto e non terre già fertili; è proprio agli israeliani dei kibbutz e degli insediamenti in Cisgiordania che si deve il perfezionamento dell’irrigazione a goccia* che ha permesso a Israele di “ricoprire il mondo di frutta” facendo fiorire il deserto, due citazioni bibliche in Isaia 27:6.

(*Una nuova tecnologia di irrigazione a goccia venne poi introdotta in Israele da Simcha Blass e da suo figlio Yeshayahu. Negli anni trenta, un agricoltore gli fece notare un grosso albero, che cresceva nel retro della sua proprietà “senza acqua”. Blass notò una perdita di piccole gocce d'acqua da un tubo. Questa vista di piccole gocce che penetravano nel suolo e facevano crescere un albero gigante gli rimase impressa nella mente. Il metodo Blass, invece di rilasciare l'acqua attraverso numerosi orifizi, facilmente ostruibili da piccole particelle, faceva passare e rallentare l'acqua attraverso dei tubi "di filtrazione" più larghi e più lunghi che per frizione (e per la legge dei fluidi, il flusso Q = v . s 2) e grazie alla legge di Laplace aumentava la pressione dell'acqua applicata alla pareti di un emissore in plastica porosa.

Il primo sistema sperimentale di questo tipo venne installato nel 1959 in Israele da Blass, dove Lui stesso sviluppò e brevettò il primo metodo pratico di gocciolatore per irrigazione a goccia di superficie. Questo metodo ebbe molto successo e di conseguenza il suo impiego, presto si estese (anni sessanta) all'Australia, Nord America e Sud America. Tratto da Wickipedia)

Israele, portatore di una benedizione divina, è particolarmente benedetto in quanto a cervelli e talenti; basti pensare a tutti gli artisti ebrei che hanno dato al mondo tutta una serie di opere d’arte di valore incommensurabile. Dal re Davide ed Asaf in poi, molti musicisti sono diventati famosi, quali Jakob Ludwig Felix Mendelssohn, Strauss, Aaron Copland, Ernest Bloch, Artur Rubinstein, Bernstein, Stravinskij e Yehudi Menuhin, nel teatro Konstantin Stanislavski, fondatore del metodo omonimo, e Tony Curtis; lo scrittore Primo Levi, nell’arte Kandinski, Paul Klee e Guggenheim, in filosofia e psicologia Maimonide, Freud e Jung, nella medicina e le scienze Einstein e molti, moltissimi altri… perfino il creatore dei jeans, Levi Strauss.

Tutto questo talento è stato, puramente dal punto di vista sociale, benedizione per il mondo (“in te saranno benedette tutte le nazioni…”) ma la benedizione va oltre l’aspetto umano e sociale, Israele è il popolo che ci ha dato il Messia.

E’ chiaro che, in tutto questo, il tentativo di sterminare questo popolo che incarna le promesse di benedizione di Dio è forte, e Satana ci ha provato di continuo: dopo gli stermini di Nebucadnezzar e le stragi di Antioco Epifane, c’è stata la distruzione di Gerusalemme da parte di Tito, poi il “cancellare Israele dalla faccia della terra” con l’imperatore Adriano, e la diaspora, o dispersione. Chi legge la Bibbia ricorderà Aquila e Priscilla, cacciati da Roma in quanto ebrei sotto Claudio (Atti 18:2, è il 49-50 A.D.); e potremmo ricordare l’editto della Regina Isabella di Spagna (1492, lo stesso anno della scoperta delle Americhe di Colombo) che esiliava 150.000 giudei dalla Spagna; opposto al meccanismo della cacciata con la confisca dei beni degli ebrei, spesso commercianti benestanti, fu la costituzione di ghetti nelle città, il primo storicamente a Venezia (dal veneziano gheto, “getto, gettare”) nel 1516, poi quello di Roma nel 1555 con bolla papale che obbligava gli ebrei a farsi riconoscere all’esterno con un copricapo speciale, precursore della stella gialla cucita addosso ai tempi del nazifascismo. I ghetti erano luoghi malsani per sovraffollamento, facilitando morti per epidemie e una diffidenza generale verso “l’ebreo errante” (ricordate Shilock, il Mercante di Venezia di Shakespeare? Rende bene l’opinione pubblica verso gli ebrei, “crudeli usurai”). Poi, i ghetti erano come prigioni, facilitando il linciaggio e le stragi della popolazione ebrea durante i pogrom antisemiti in Russia o Polonia del Novecento, e la “soluzione finale” di Hitler. Ma non serve la giornata della memoria per trovare nemici agli ebrei: Yasser Arafat, capo del movimento palestinese, si era ripromesso (novello Haman) di cacciare tutti gli ebrei nel Mediterraneo, lì potevano fondare un “loro Stato”, coi pesci…

Riporto uno stralcio dal diario dell’italiano Giorgio Perlasca, che fintosi addetto ufficiale dell’ambasciata di Spagna a Budapest, in Ungheria, tra il 2 dicembre 1944 e il 13 gennaio 1945 fu personalmente responsabile per la salvezza di diverse migliaia di ebrei trafugati nelle sedi dell’Ambasciata nella città, a volte pagando anche di tasca sua il cibo necessario al loro mantenimento durante le fasi finali dello sterminio programmato degli ebrei della città: “20 dicembre – ho avuto una pesante discussione con Gera. Ha cercato di spiegarmi che Budapest va liberata dagli abitanti “superflui”. Sono però riuscito a capire che tutti i bambini non saranno deportati, ma saranno portati nel grande ghetto. Questa è una zona circoscritta al centro della città, le cui strade sono state barricate per impedire l’uscita. Ci vivono 60.000 ebrei senza gas e senza luce, per lo più bambini e malati. Ogni giorno ne muoiono cinquecento, per fame o malattia. Ci vado spesso e tento di portare fuori i famigliari dei nostri protetti. Sto consegnando medicine e cibo ad ospedali dove non si rispettano le più elementari norme igieniche” (La Banalità del Bene pag.77, di Enrico Deaglio, Feltrinelli).

Eppure, sono sopravvissuti. Proprio gli ebrei hanno tutto il diritto di dire “è una grazia dell’Eterno che non siamo stati interamente distrutti, perché le Sue compassioni non sono esaurite” (Lamentazioni 3:22). Il popolo è eletto, e risuscita regolarmente dai vari tentativi di annientarlo. La valle delle ossa secche si sta riempiendo di vivi, e il popolo del Messia sta risuscitando, in preparazione degli ultimi eventi messianici e del ritorno del Re.

Andrew Thomas

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