Torna su

Riflessioni

Subscribe to Content Updates

Testimonianza di Anna T. - SelfTestimony

Mi chiamo Anna, ho 28 anni. Vivo a Roccella Jonica e frequento la chiesa Apostolica in Italia di Locri. Ho accettato nostro Signore nella mia vita poco più di due mesi fa.

Come la maggior parte delle persone della mia età e non solo, provengo da una famiglia cattolica non praticante. Non ho mai conosciuto veramente Dio prima di ora, ad eccezione del catechismo classico delle scuole elementari, quello da prima comunione. A 13 anni sancii per la prima volta il mio allontanamento da Dio rifiutando di fare la cresima, non mi andava bene che qualcuno (la scuola, la famiglia) mi imponesse di fare qualcosa che non capivo. In quel tempo la mia zia prediletta era rientrata a Roccella, dopo anni in cui era mancata, insieme al suo convivente e il parroco le rifiutava la Comunione. Perdendo fiducia negli uomini della chiesa e nella chiesa, piano piano persi anche attenzione e fiducia verso Dio, pur credendoci ancora, finché non arrivarono i primi problemi, le prime tribolazioni. I miei genitori si stavano separando, papà se n’era andato da casa per andare a vivere con un’altra donna anche se per pochi mesi, anche se poi tornò perché’ glielo chiedevo io. Ma ormai la famiglia non c’era più, i miei genitori non dormono più insieme da 15 anni almeno. Mi ritrovai sola, poco seguita e lasciata a me stessa, i miei erano troppo presi dai loro problemi per badare a me come si deve. Crescevo da sola, non parlavo con nessuno della mia situazione perché me ne vergognavo e perché dovevo fingere che andasse tutto a meraviglia, per non mostrarmi debole. Arrivarono le cattive compagnie, le prime trasgressioni, la prima sigaretta, poi il primo spinello, poi la “prima volta” con il ragazzo più grande di me che voleva solo divertirsi. Mi stava bene. Avevo chiuso il cuore, mi ero detta che non valeva la pena pensare a rapporti seri con l’altro sesso, tanto avevo già visto come andavano a finire. Nel 2002 la mia zia prediletta, che era per me la mia seconda mamma morì di tumore, da quel momento in poi decisi che mi ero sbagliata. Dio non esisteva veramente, o non avrebbe permesso che una sua figlia cosi buona, così fedele facesse quella fine. O forse (ancora peggio) Dio esisteva, eccome se esisteva, ma non era il buono che volevano farci credere. Un dio freddo, impegnato, indifferente a quello che succede ai suoi figli qua sulla terra, un dio che permetteva che chi non meritava andasse avanti a scapito di chi cercava sempre di comportarsi bene e di seguire i dettami che ci venivano insegnati nelle chiese, nei catechismi. Non mi piaceva, mi sentivo tradita, ferita e delusa, e dissi basta. E basta fu! Da quel momento rimase solo delusione, amarezza e rabbia, tanta rabbia. Non me ne resi conto, ma la rabbia che avevo dentro poco a poco prese completamente il sopravvento, ero arrabbiata con i miei genitori, con Dio, con le persone in generale che non perdevano occasione per dimostrarsi cattive e per giudicare. Ero arrabbiata con gli uomini perché crescendo capivo che erano tutti molto, molto simili a mio padre. Per qualche motivo, la rabbia che avevo dentro decisi di volgerla tutta, interamente contro me stessa e basta. Iniziai a punirmi per qualcosa che non so cosa fosse esattamente, ma per la quale mi ritenevo responsabile, inventandomi modi sempre nuovi per infliggermi ferite su ferite, che facevano aumentare il senso di inadeguatezza in un circolo vizioso prima difficile, poi impossibile da spezzare. Insonnia e ansia croniche divennero le mie compagne di vita. Poi vennero le manie di autolesionismo, nel vero senso del termine. Il cuore era sbarrato, non potevo sentire nulla, tranne il dolore fisico, allora mi infliggevo tagli, botte e lesioni su tutto il corpo. Arrivò la psicanalisi, la terapia che sembrava aver risolto il problema. In parte lo fecero, ormai sono anni che non mi infliggo più ferite sul corpo. Non vale però lo stesso con le ferite dell’anima. Avevo si, giurato a me stessa che non mi sarei più tagliata le gambe, l’addome e le braccia, ma trovai un altro modo per farmi male. Sapevo perfettamente di non riuscire a stabilire relazioni con l’altro sesso che fossero sane, ecco trovata la soluzione. Con l’aiuto della marijuana e dell’alcool che mi stordivano i sensi e la coscienza abbastanza da permettermelo, mi diedi anima e corpo alla mia nuova forma di autolesionismo: la promiscuità. Divenne la mia valvola di sfogo, il mio modo per provare dolore, per punirmi. Ogni rapporto era una ferita perché non lo volevo, il mio cuore lo rifiutava, una parte dentro di me urlava e piangeva mentre quella specie di spirito di impurità la zittiva. Ogni volta che mi rimettevo le scarpe e andavo via, lo facevo con una ferita in più e con un vuoto immenso dentro al cuore, che si rinnovava, si allargava e diventava più profondo. Giorno dopo giorno. Incontro dopo incontro. E il cuore si è chiuso completamente. Soltanto cinismo e dolore. Niente altro. Ovviamente ciò non fece che accrescere il senso di inadeguatezza e i complessi. Dio ormai non esisteva più nella mia mente e nel mio cuore, c’erano solo rabbia, dolore, rassegnazione, fame. Mi professavo atea. “tra me e Dio non può esserci niente. Lui non vuole me, io non voglio lui. Posso contare sulle mie sole forze, niente altro”. Bestemmiavo e schernivo chi credeva in Dio, mossa sempre dalla rabbia. La verità la scopro solo con senno di poi, non avevo mai smesso di credere così’ come Dio non ha mai smesso di bussare alla mia porta.

Infatti avvenne qualcosa. Un mio caro amico, Federico, passa un momento tremendo, attraversa il suo inferno e ad un certo punto conosce Cristo, lo accetta e si converte. In un primo momento è stato anche lui vittima del mio schernire, della mia sfiducia, lo prendevo in giro, non ne volevo a che sapere. Andai un paio di volte nella sua chiesa a Locri, conobbi il pastore, Vincenzo Iennaro, ricordo che mi colpì moltissimo la serenità e l’amore che emanava, come se non riuscisse a trattenerlo. Ma mi sembrava di non aver provato granché, se non curiosità e anche un pizzico di invidia per quell’alone di serenità che emanavano le persone all’interno della chiesa. Non volevo saperne niente, chiesi addirittura di non essere più coinvolta. Mi feci da parte e continuai la mia vita come se nulla fosse. Parliamo dello scorso anno. Da li in poi non so dire bene che cosa accadde, non lo so esprimere. So solo che quelle 2 visite al cospetto dello Spirito Consolatore sortirono effetto. Qualcosa si era spezzato dentro di me, la rabbia iniziava a scemare, piano piano, e l’amore si faceva strada. Mi venne voglia di fare volontariato, iniziai ad interessarmi a cose di cui prima non mi fregava nulla. Gli immigrati, i poveri, gli animali, tutte realtà che mi toccavano a mala pena anche se parte del mio cuore era solidale con la loro sofferenza. Cambiò tutto, sentivo il bisogno di intervenire attivamente, alcune mie idee addirittura cambiarono radicalmente, mi stupivo di me stessa quando mi sentivo parlare di tolleranza, di amore verso il prossimo, chiunque esso sia. E poi arriva il punto di rottura definitivo.

Vivevo una relazione che credevo fosse importante, ma era una prigione. Due anni, di cui un anno e mezzo di convivenza. Una storia iniziata nel migliore dei modi ma che si era consumata in fretta, non andava bene perché non lasciava spazio a nulla che fosse fuori della coppia. Mi sentivo soffocare, mi sembrava di non vivere, quello che credevo fosse amore era finito, tornarono insonnia, ansia e violenti attacchi di panico. Una mattina di punto in bianco posi fine a questa storia. Ero libera, o almeno cosi credevo. Ma non avevo fatto i conti con la mia paura più grande, la solitudine. Nel giro di una settimana mi buttai a capo fitto in un’altra relazione, anche quella andò a finire male perché non era ciò di cui avevo bisogno, anzi. E a quel punto, complici anche molteplici segnali che ho interpretato nel senso giusto solo in seguito, mi riavvicinai a Dio. Mi venne la curiosità di leggere la Bibbia e la voglia di tornare in quella chiesetta che avevo visitato un anno prima e che ormai avevo quasi dimenticato. Pensavo fosse il caso, ma nello stesso momento una ragazza che conosco, Eliana, viveva una fase simile alla mia. Anche lei molto legata a Federico, anche lei molto combattuta interiormente, una mattina ci incontrammo per puro caso tutti e tre al mare. Io avevo la Bibbia con me, stavo leggendo il vangelo di Giovanni. Mi chiesero di andare con loro quel pomeriggio in chiesa, Eliana voleva che ci fossi anche io perché così si sarebbe sentita meno sola. Dissi di si.

Non dimenticherò mai più quel pomeriggio, la sensazione di essere tornata a casa che mi ha investita letteralmente come un treno. Immaginate di avere un velo davanti agli occhi, per tutta la vita. Non sapete di averlo perché siete abituati a vedere tutto velato, offuscato, vi va bene così, non vi ponete neanche troppe domande. Ad un tratto il velo cade giù e voi riuscite a vedere tutti i colori, le forme, le meraviglie che non avevate visto fino a quel momento, o che al massimo avreste potuto intuire. Ecco, la sensazione è quella…centuplicata! E poi la meraviglia del perdono di Dio nel momento in cui pronunciai le parole “Io accetto Gesù Cristo nella mia vita”…è indescrivibile. Quindici anni di dolore e di morte interiore cancellati con un colpo di spugna. “Non sei più sola, figlia mia, ci sono io qui vicino a te. Ci sono sempre stato”. Ho pianto tutte le lacrime che avevo, arrendendo ogni peso, ogni paura e ogni dolore ai piedi di quell’altare, e dopo mi sono sentita meravigliosamente libera, in pace con me stessa e con il mondo. “Perché le cose di prima se ne sono andate”.

Anna Tommasini.

Contatti

Via del Commendone, 35a/b - 58100 GROSSETO


Tel. 0564 / 45 10 25
Fax. 0564 / 45 33 92

Email: info@chiesapostolica.it

Chiesapostolica.it © 2009 - 2017 - Exponent CMS
Privacy e Cookie

Intesa con lo Stato Italiano ai sensi dell'Art. 8 c.3 della Costituzione - Legge n. 128 del 30.07.2012

Sicurezza sito web