Torna su

Riflessioni

Subscribe to Content Updates

La concretezza della fede. - di Elia Landi (L'araldo Apostolico - Marzo - Aprile 2016)

Immagino quante volte le parole dell’apostolo Paolo siano ritornate alla mente di Timoteo: “Io so in chi ho creduto e sono convinto….” (2Tim.1:12). Sono parole che esprimono una solidità e concretezza di vita acquisita con l’esperienza da lui fatta nel suo percorso di uomo e servo di Dio.

Un percorso che inizia con una visione concreta, sulla via di Damasco, certificata da chi ha visto e sentito le parole del Signore che gli era apparso. Continua con una vita di completa dedicazione a cominciare dai primi passi mossi in Antiochia fino alla fine dei suoi giorni, fondando la sua esperienza su quei fondamenti ricevuti nella visione: la consapevolezza del Cristo che è Signore (“chi sei Signore?”), a Cui deve sottomettere tutta la sua vita (“Signore che vuoi che io faccia?”), perché perseguitare/servire Lui è servire la Sua chiesa (“Io sono Gesù che tu perseguiti!”). Un percorso, dunque, che finisce alla vigilia della sua morte quando la paura, la sofferenza lo smarrimento incrinano le certezze della nostra fede, Paolo esprime la fondatezza e lo spessore della sua: io sono convinto che Egli è potente di custodire il mio deposito fino alla corona di Giustizia che il Signore mi assegnerà.

Paolo ha vissuto la sua vita non come un sognatore – uomo di visione, si! – come qualcuno che ha bisogno di evadere dalla realtà della propria vita per costruirsi chissà quali fantasie, ma come servo fortemente ancorato a quello che significava dipendere dal suo Signore che lo aveva afferrato a cui lui, stesso, si era affidato.

Il mio timore è che credenti vivano la loro esperienza di fede in maniera fragile, perché epidermica è stata la propria esperienza alla conversione e talvolta vissuta come un’evasione dalla routine della quotidianità; inesistente la loro esperienza pentecostale tanto che il battesimo nello Spirito Santo è qualcosa di cui si possa fare a meno, e il servizio ridotto ad essere vissuto come un optional. Un’esperienza superficiale crea vulnerabilità, instabilità, mancanza di identità marcata come figli di un Dio, che esperienza dopo esperienza vuole consolidare la nostra fede e il nostro servizio. Questo sta dicendo Paolo nel verso che abbiamo preso come riferimento: tutte quelle volte che ha provato la solitudine, il confronto violento, ferite affettive causate dall’abbandono dei collaboratori o figli spirituali, minacce con intimazioni a cessare di predicare l’evangelo, antagonismi, percosse, fame, finanche la paura della morte, sono state occasioni che hanno forgiato il cuore del servo, che l’hanno reso sempre più attaccato e dipendente da Colui che non poteva che volere il suo bene, come è anche vero che tutte le espressioni di amore, la protezione, l’amicizia, il sostegno di persone fedeli …. che lo hanno accompagnato nel ministero sono state utili per la sua missione. E’ facile capire che la stabilità e la maturità della nostra esperienza con il Signore è strettamente dipendente dalla profondità del nostro rapporto con Lui.

Perciò Paolo, dirà ancora ai Romani: “Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun'altra creatura potranno separarci dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (8:38); no! Paolo non è un sognatore, ma un uomo concreto e certo della fondatezza del suo rapporto con il Signore. Possa ognuno di noi approfondire la propria esperienza con il Signore attraverso la Preghiera, la Parola, il servizio anche se ciò vorrà dire rinunce, vita consacrata, e forse anche sofferenza.

Elia Landi

Contatti

Via del Commendone, 35a/b - 58100 GROSSETO


Tel. 0564 / 45 10 25
Fax. 0564 / 45 33 92

Email: info@chiesapostolica.it

Chiesapostolica.it © 2009 - 2015 - Exponent CMS
Privacy e Cookie

Intesa con lo Stato Italiano ai sensi dell'Art. 8 c.3 della Costituzione - Legge n. 128 del 30.07.2012

Sicurezza sito web