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Chiesa, Israele e Futuro

   La relazione tra la Chiesa di Cristo ed Israele è sempre stato un argomento dibattuto all’interno del cristianesimo, compreso il mondo evangelico.

    Agli albori della Riforma lo stesso Lutero assunse posizioni estreme contro gli ebrei, le sue idee non erano figlie di una riflessione sul testo biblico ma risultavano essere il riflesso di una percezione emotiva dell’ebreo deicida che doveva essere estirpato dal suolo germanico. Grazie a Dio il mondo evangelico dei secoli successivi ha messo da parte le emozioni della lotta contro tutto e tutti del Cinquecento. Ha spostato l’attenzione verso il testo biblico dal quale emerse una posizione equilibrata sulla persistenza delle promesse di Dio verso Israele e sull’approccio missionario della Chiesa di Cristo verso gli ebrei.
    
Infatti, i figli d’Israele a similitudine di tutti gli esseri umani nascono sotto l’ira di Dio ed hanno bisogno della salvezza che solo il Cristo crocifisso e risorto può assicurare. Alcuni fatti recenti accaduti nel mondo evangelico pentecostale in Sicilia hanno evidenziato il medesimo approccio emotivo di Lutero, ma questa volta dalla posizione opposta. Lutero nel suo libretto “Gli Ebrei e le loro menzogne” mostrava un chiaro antisemitismo, senz’altro figlio di quel tempo e condizionato dalle tesi Cattoliche Romane. In Sicilia si sta evidenziando un chiaro sincretismo e, pertanto, la Chiesa Apostolica in Italia ha inteso riaffermare la sua posizione evangelica nella percezione d’Israele e della sua relazione con la Chiesa di Gesù Cristo.

 

  1. La Chiesa Apostolica in Italia riconosce provvidenziale il ristabilimento dello Stato d’Israele avvenuto il 14 maggio 1948. Questo evento risulta essere l’adempimento di diverse profezie bibliche che si sono incastonate in una serie di avvenimenti politici che hanno creato le condizioni per la loro realizzazione. L’invocata preghiera per la pace di Gerusalemme non prescinde comunque dalla profezia biblica che non depone per una pace universale senza prima attraversare drammaticamente gli eventi escatologici.

  2. La realtà d’Israele quale popolo eletto da Dio è indiscutibile, le promesse di Dio fatte al suo popolo sono senza pentimento. Oggi, Israele sta vivendo un tempo d’indurimento (Romani 11,25) che terminerà quando: “essi guarderanno a me, a colui che essi hanno trafitto” (Zaccaria 12,10).

  3. In ogni caso la Chiesa, così come l’Apostolo Paolo duemila anni fa, desidera col cuore e prega Dio per la salvezza d’Israele (Romani 10,1). Tale salvezza è, sarà sempre, e sarà solo nel nome del Signore Gesù Cristo perché: “In nessun altro è la salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati” (Atti 4,12)

  4. La Chiesa Apostolica si adopera al bene d’Israele testimoniando della verità dell’Evangelo agli ebrei quando possibile, contrastando l’antisemitismo e i movimenti che promuovono il boicottaggio economico nei suoi confronti. Le relazioni con autorità civili e religiose ricadono nell’ambito del dialogo culturale e interreligioso e non avranno carattere di atti di culto. Questo perché manca la base stessa del dialogo ecumenico; il Messia atteso dal giudaismo deve “venire”, il Cristo atteso dalla Chiesa deve “tornare”.

  5. Il ritorno del Messia è l’apice dello schema Kerigmatico, pertanto, essendo l’unico autorizzato ad “aprire” gli eventi degli “ultimi tempi”, è anche il solo anche a potersi fregiare del titolo di “Leone della Tribù di Giuda” (Genesi 49,9; Apocalisse 5,5).

  6. La Chiesa Apostolica in Italia intravede nelle posizioni assunte verso Israele da alcuni ambiti neo-pentecostali il riflesso di ipotesi teologiche non bibliche, e quindi incompatibili con l’Evangelismo. Tra queste, emerge la cosiddetta Teologia del Dominio che assegna alla Chiesa il potere di stabilire il Regno di Dio sulla terra attraverso strategie tese a penetrare in tutte le strutture di potere, religioso e civile, per arrivare a “dominare” il mondo. (Giovanni 18,36)

  7. Tale tesi ha una sua premessa nella cosiddetta “Teologia del piccolo dio”, la quale è sinistramente vicina alle intenzioni del principe del presente secolo che tende a portare un uomo a sedersi in una posizione di “governo universale” arrivando a presentare sé stesso come Dio. (2 Tessalonicesi 2,3-4).

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